
Sono passate diverse settimane da quando, devo ammettere senza nessun tipo di ripensamento, ho disattivato o cancellato del tutto diversi miei profili sulle principali piattaforme social: la pagina Facebook disattivata, i contenuti sono ancora lì nel caso dovessi riattivarla (il profilo personale era stato disattivato nel 2022 senza rimpianti); profilo Instagram disattivato; profilo Linkedin cancellato del tutto; profilo TikTok (ebbene si, avevo anche quello) cancellato definitivamente con tutti i suoi contenuti. Il profilo Twitter lo cancellai non appena la piattaforma venne acquistata da Elon Musk e cambiò nome in X, con un’icona orrenda che, in aggiunta all’aggressività del nuovo proprietario e di molti utenti, mi convinse ad abbandonarla.
![Mio-sito-[ENG]](https://sebastianodessanay.com/wp-content/uploads/2026/09/Mio-sito-ENG-1024x668.jpg)
La mia presenza online non è comunque scomparsa del tutto. Questo sito continua a r-esistere e anzi, intendo renderlo pian piano il luogo principale custode dei miei contenuti e delle mie idee, dal quale ci si può anche iscrivere alla mia Newsletter.

Rimane il mio profilo YouTube, una delle poche piattaforme nelle quali, in mezzo a una moltitudine di contenuti privi di interesse o qualità, posso ancora trovare persone che condividono materiale interessante, che mi fa riflettere o che mi fa imparare qualcosa di nuovo. Rimane, per la vendita e l’ascolto della mia musica, il mio profilo su Bandcamp. E rimane (non so ancora per quanto) il mio profilo su Spotify, piattaforma dalla quale di tanto in tanto medito di ritirare la mia musica, chissà.

I principali motivi che mi hanno spinto a prendere queste decisioni sono diversi, alcuni puramente pratici altri legati alla sfera personale, non voglio elencarli tutti. Su Facebook è sempre più difficile leggere discorsi interessanti ed è diventato il luogo preferito degli “haters”; Instagram è diventata una vetrina dove mostrare luoghi, oggetti e persone nel loro splendore e non nella loro realtà, ovvero solo una faccia della medaglia; su Linkedin non ho mai trovato opportunità lavorative interessanti o consone al mio profilo professionale, e nessuno me ne ha mai offerte; TikTok…ci ho solo provato ma ogni volta che lo aprivo era come aprire un cassonetto di spazzatura.
Ma una delle principali ragioni dell’abbandono di queste piattaforme è il volermi riprendere un po’ di spazio e di tempo di qualità e il volermi dedicare ad alcune attività con maggiore profondità.

La recente ri-lettura di Deep Work di Cal Newport, un libro pensato per professionisti, studenti e creativi che svolgono attività cognitive impegnative, mi ha fatto riflettere sull’importanza del riuscire a concentrarsi intensamente senza distrazioni, un’abilità che oggi sembra quasi appannaggio di pochi. Il cuore del discorso di Newport è questo: il tempo passato in attività di “deep work”, ovvero di una concentrazione che alcuni studi chiamano anche “flusso”, crea nuovo valore, migliora le nostre qualità e produce risultati originali e difficilmente replicabili.
Purtroppo oggi l’abilità di svolgere “deep work” sta diventando sempre più rara, e una delle cause è il continuo venir distratti da computer, tablet e cellulari attraverso il continuo controllo di email, la navigazione su siti web, lo scrolling infinito sulle piattaforme social, quello che viene definito “shallow work”, lavoro superficiale. La buona notizia è che i pochi che ancora coltivano questa attitudine a mettersi nelle condizioni di svolgere “deep work” producono risultati eccezionali, “così buoni che non possono essere ignorati” (dal titolo di un altro libro di Newport, “So Good They Can’t Ignore You”). E gli esempi forniti sul libro sono tanti, imprenditori, scienziati, creativi, musicisti, programmatori.
Particolarmente interessante il capitolo intitolato Quit Social Media. Newport non è contro i social media a priori. Le sue parole invitano a riflettere se ciò che determina il nostro successo e la nostra felicità dipendono dai social media. Se i vantaggi del loro utilizzo superano di gran lunga l’impatto negativo che possono avere su di noi (ad esempio la perdita di grandi quantità di tempo, o il senso di frustazione o inadeguatezza provocato dal vedere lo splendore, spesso falso, delle vite altrui) allora si può tranquillamente continuare a sfruttarli positivamente.
Newport suggerisce anche l’esperimento di abbandonare i social media per trenta giorni, alla fine dei quali porsi queste due domande: 1) gli ultimi trenta giorni sarebbero stati migliori se avessi utilizzato i social? 2) Il fatto di non aver utilizzato i social ha interessato o cambiato la vita di qualcuno? Se la risposta è no a entrambi i quesiti possiamo tranquillamente abbandonare i social.

È quello che sta succedendo a me. Le settimane senza social non soltanto sono state più spensierate, non hanno nuociuto a nessuno, ma soprattutto tutt’ad un tratto mi si sono liberate finestre di tempo che ho impegnato in diverse attività. Una di queste è stata la lettura, non quella dei contenuti spicci dei social, o delle opinioni del pinco pallino qualsiasi o del personaggio pubblico di turno. La lettura lenta e immersiva che, come gli ascolti dei dischi, stava pian piano sparendo dalla mia vita, rimpiazzata dallo scrolling, dalla letture di pillole di non-saggezza, o dalla visione di immagini o video non richiesti (per non parlare dei contenuti pubblicitari presenti nelle piattaforme social che quasi superano il resto dei contenuti).


Troppo lunga per essere ignorata la lista dei Classici che non ho letto. Lo spessore del libro mi ha sempre scoraggiato, ma con la mente sgombra sono finalmente riuscito a iniziare Moby Dick di Herman Melville. E dopo qualche settimana ne ho già letto quasi metà. Altrettanto lunga la lista di saggi intriganti che trovo nei miei scaffali e che aspettano di essere letti. In particolare quelli di due grandi del mondo del design (ma in generale dell’arte): 25 modi per piantare un chiodo di Enzo Mari è un libro che consiglierei a tutti i creativi, così come Artista e Designer di Bruno Munari dal quale mi piacerebbe che tutti i musicisti leggessero queste parole:
“Qualunque dizionario ci dice che la tradizione è la somma delle regole, degli usi, delle innovazioni, raccolte durante la vita dell’uomo e trasmesse di generazione in generazione. Nella tradizione vi sono regole che scadono e regole che nascono. La tradizione è viva quando il suo apporto si rinnova continuamente. Ripetere un momento passato della tradizione non è operare secondo tradizione. La tradizione si fa ogni giorno. Ci sono quindi artisti che ripetono momenti morti della tradizione e artisti che fanno la tradizione ogni giorno”.


Altrettanto lunga è la lista di saggi prettamente musicali che si accumulano sulle mie mensole. Storie poco standard di Luca Bragaglini (che ricordo con affetto per le sue intriganti lezioni di Storia del Jazz ai seminari Nuoro Jazz di tanti anni fa) mi mette di fronte al fatto compiuto “so di non sapere”. Qualcuno sa chi era Harold Arlen? Io, musicista di jazz e compositore, non lo conoscevo. Tuttavia conosco molto bene la sua canzone di cui si parla in questo libro, (Somewhere) Over the Rainbow, che probabilmente tutti conoscono grazie al vecchio film Il Mago di Oz. Scopro che Arlen scrisse più di 500 canzoni, e mi chiedo se le avrebbe scritte anche nell’epoca dei social media?
John Lennon di canzoni ne scrisse circa duecento, includendo quelle scritte in collaborazione con McCartney, il suo catalogo solista e quelle scritte per altri autori. Non esiste un’autobiografia ufficiale di Lennon (chissà se l’avrebbe scritta fosse vissuto oltre i quarant’anni) ma John Lennon Live! (titolo originale In his own words) è un’autobiografia ricostruita dalle sue stesse parole rilasciate in poco meno di vent’anni di interviste. Parole non filtrate o editate ma ciò che egli davvero sentiva di dover esprimere in un dato momento. Sincere quanto impulsive, tanto che col passare degli anni lo stesso Lennon cambiò opinione su tante cose e rilesse la sua vita con più maturità.
All’epoca di Lennon non esistevano i social media e l’unico modo di far sentire la propria voce era attraverso l’uso dei media tradizionali, interviste per riviste, radio o TV (ma solo se si era personaggi pubblici o famosi). Oggi probabilmente Lennon sarebbe un grande utilizzatore di social media, ne sono quasi convinto, e la sua autobiografia sarebbe ricca di post e di tweet. Ma se penso a quello che leggo oggi sui social (dove chiunque può scrivere quello che vuole senza filtri) e immagino le autobiografie della maggior parte degli utenti basate sulle loro esternazioni pubbliche, ne risulterebbe un catalogo di stranezze umane, di mostri, di persone irreali e di poche persone normali.

Mentre Deep Work di Newport consiglia l’abbandono dei social media con lo scopo di raggiungere stati di concentrazione tali da poter produrre risultati di qualità, L’arte di scomparire del filosofo francese Pierre Zaoui (un libro che richiede una lettura lenta e concentrata) riflette sul tema della discrezione, dell’osservare senza essere osservati, di un’arte che, in epoca di apparenze, spettacolarità e voler dire a tutti costi e su ogni argomento la propria opinione (quasi sempre non richiesta), “spegnere i riflettori, abbassare il volume, godere dell’anonimato sono gesti politici prima che morali”. La discrezione diventa una necessaria forma di resistenza. Come per Newport i pochi che coltivano il “deep work” brillano, così credo che la discrezione come intesa da Zaoui nobiliti le persone veramente libere dai condizionamenti che la società moderna impone.
Qualcuno si è accorto della mia scomparsa dai social? Non mi sembra proprio, non ho ricevuto nessun “ehi ma dove sei sparito?” ed è questo il bello: non siamo indispensabili, la maggior parte delle persone (se non tutte) possono fare a meno di (o sotto sotto non sono nemmeno interessate a) quello che abbiamo da dire o da mostrare.
Nelle ultime settimane ho ricevuto qualche messaggio alla mia email info@sebastianodessanay.com , il contatto presente sul mio sito. Erano messaggi di una certa rilevanza, uno per esempio mi invitava, come autore del 377 project, a partecipare ad un evento pubblico dedicato al viaggiare lento; un altro proveniva da un lontano parente che, attraverso una serie di passaparola, cercava le sue parentele in Sardegna.
Ciò mi fa capire che chi dovesse aver bisogno di mettersi in contatto con me può farlo benissimo. Allora vi aspetto sul mio sito!
Sebastiano